COSTA di ROVIGO
COSTA di ROVIGO
Ottavio Munerati

Ottavio Munerati nacque a Costa di Rovigo il 19 aprile del 1875. Frequentò il liceo classico di Rovigo e in seguito la Scuola Superiore di Agricoltura di Portici (NA); si laureò nel 1896, a soli ventun anni. Le sue basi culturali classiche favorirono un’inclinazione al giornalismo, tanto che in pochissimi anni si affermò con articoli scritti per riviste famose, come il settimanale “Giornale d’Agricoltura” e il mensile “Italia Agricola”.

A soli 24 anni, nel 1899, fu chiamato a sostituire il prof. Tito Poggi nella Cattedra Ambulante di Rovigo. Le Cattedre Ambulanti d’Agricoltura ebbero una fondamentale importanza nello sviluppo dell’agricoltura moderna soprattutto in pianura Padana. Nel 1914 fu chiamato alla direzione della Regia Stazione Sperimentale di Bieticultura di Rovigo, incarico che manterrà sino al 1949, anno del suo decesso. Durante la lunga attività rese la Stazione Sperimentale famosa nel mondo compiendo importanti studi sulla coltivazione della barbabietola da zucchero. Fu nominato direttore della sezione “Agricoltura” dell’Enciclopedia Treccani, socio della Società Italiana per il Progresso delle scienze e membro dell’Académie d’agricolture de France.

Ottavio Munerati morì a Rovigo il 18 giugno 1949 e lì fu sepolto con funerali di Stato.

 

Stazione Bieticoltura

 

La Regia Stazione sperimentale di bieticoltura fu una delle prime istituzioni pubbliche di ricerca dedicata alla barbabietola da zucchero, un vero e proprio primato rodigino.

Fu inaugurata nel 1914 grazie agli sforzi di Ottavio Munerati e qui l’agronomo iniziò una fondamentale attività di selezione genetica della barbabietola per ottenere varietà più produttive e resistenti alla Cercospora, una malattia fungina diffusa nelle zone temperate ed umide, in grado di danneggiare l’apparato fogliare e di causare ingenti riduzioni nella produttività.

Dopo 11 anni di lavoro e sperimentazione nel 1925 Munerati creò alcune linee parzialmente resistenti alla malattia, ottenute incrociando varietà di barbabietola da zucchero con quelle spontanee raccolte alla foce del Po di Levante. Fu direttore della Regia Stazione rodigina sino alla sua morte avvenuta nel 1949.

Nel 1953 fu inaugurata una nuova sede, in viale Giovanni Amendola 82 a Rovigo, costruita con i fondi del piano Marshall in omaggio al professore per la collaborazione disinteressata offerta agli istituti di ricerca americani durante la sua fervente attività.

Oggi questa eredità di studio è stata raccolta dal Centro di Ricerca di Cerealicoltura e colture industriali del Consiglio per la Ricerca in agricoltura e analisi dell’economia agraria (CREA), il più grande ente di ricerca italiana nel settore agricolo.

Zuccherifici Polesani

Ottavio Munerati fu tra i primi a capire l’importanza della coltura industriale come potente volano per il progresso economico e sociale dell’agricoltura polesana e fu grazie alle sue ricerche che tra la fine dell’Ottocento e il Novecento vi fu un consistente sviluppo in tale ambito.

Il Polesine annoverava ben sedici zuccherifici: il primo risale al 1899 e fu quello di Lendinara (fu operativo sino al 1983); nel 1901 fu inaugurato quello di Ficarolo, nel 1906 Cavanella Po, nel 1911 sorse quello di Rovigo, nel 1914 quello di Bottrighe. Nel 1923 fu la volta di Porto Tolle e di Polesella, nel 1924 sorsero altri cinque stabilimenti rispettivamente a Badia PolesineArquà Polesine, Costa di Rovigo, Lama PolesineLoreo. Una nuova struttura che affiancava quella di Porto Tolle venne costruita a Ca’ Venier nel 1950 e nel 1951 anche Ariano Polesine ebbe il suo stabilimento. Nel 1973 un moderno impianto venne costruito a Contarina, l’attuale Porto Viro e non si hanno dati sull’impianto di Castelmassa.

Si contestualizza in questo particolare contesto agricolo il detto polesano: “Va a s’ciarezzare le bietole” che significa “vai a zappare le barbabietole”. Fino agli anni ’60, dopo la semina della barbabietola, per permettere un’idonea crescita, le giovani pianticelle andavano diradate (s’ciarezzate – da far chiaro). Questa operazione si faceva a mano, con la zappa. Tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 entrò in uso un nuovo tipo di seme il “monogerme genetico”, grazie ancora una volta al lavoro di ricerca svolto da Ottavio Munerati. Con questi “monosemi” emergeva dal terreno un solo germe e quindi le piante erano già distanziate all’atto della semina e quindi il diradamento manuale venne eliminato definitivamente. Contemporaneamente si affermò anche il diserbo chimico, venendo meno la sarchiatura manuale.